I falsi poveri: questo bisogna fare anche se non fa statistica

Brava Guardia di finanza, e brava azienda territoriale delle case popolari di Padova. Queste azioni  pongono mano a un altro aspetto della disorganizzazione pubblica della mancanza di  controllo sulla spesa. Che è l'altra faccia della medaglia della mancata richiesta delle imposte, dove le aziende non arrivano, è solo un aspetto  della più generale disorganizzazione pubblica italiana, derivante  in parte da ragioni storiche (e qui non ci si può fare nulla) e in parte formative, perchè a scuola non si insegna a riflettere sull'organizzazione sociale...e ci tocca farlo a noi, spiegando che il pasticcere che non registra parte degli incassi ruba una quota, mentre chi scrocca la casa popolare senza averne diritto e andando in mercedes ruba tutto.

Se poi al tempo stesso ha una attività in nero abbiamo  fatto bingo..se però qualcuno esce dagli uffici e si reca a valutare. Certo, qui non fai i milioni di statistiche ricavabili dall'evasione interpretativa sul regime di vicende palesi, ma è proprio quello di cui ha bisogno davvero l'italia, ricordando  che il concetto di evasione non coincide con quello di maggiore imposta accertata. Quindi avanti così!!

 

Padova/ "Finti poveri" nelle case popolari

Venerdì, 24 febbraio 2012 - 12:15:00
 
guardia di finanza

Falsi poveri, in realtà evasori totali. Vivevano nelle case popolari e intanto guidavano mercedes oppure gestivano bar in centro a Padova. Tutto grazie ad autocertificazioni false sui loro redditi. Smascherati dalla guardia di finanza oltre 60 titolari di appartamenti pubblici che ora dovranno pagare affitti più alti o addirittura cambiare casa e cercarsene a prezzo di libero mercato. Questo il risultato di una serie di controlli attuati negli ultimi 12 mesi dalla Guardia di Finanza in stretta sinergia con l'Ater - Azienda Territoriale Edilizia Residenziale - di Padova. Irregolare più di una autocertificazione su due.
 

MERCEDES E BAR - Tra le storie più eclatanti, quella di un signore che a fronte di dichiarazioni dei redditi ridotte all'osso, parcheggiava nel posto auto di un immobile Ater la propria Mercedes CLS 3.500. Un bolide del valore di un mini appartamento. Oppure un cittadino italiano formalmente disoccupato, ma titolare di un  bar in pieno centro storico: a incastrarlo l'utilizzo di 10.000 euro in contanti, frutto di evasione fiscale, per saldare spese condominiali e affitti arretrati.
 

SCAVALCATI I VERI POVERI - Come spiega il colonnello Ivano Maccani, comandante della Guardia di finanza di Padova, questi falsi poveri "non solo evadono il Fisco ma risultando formalmente non abbienti, scavalcano in graduatoria i veri poveri: stiamo parlando di famiglie che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, a pagare il mutuo, le bollette, che sono danneggiate dagli evasori fiscali. Il modello Padova che si basa sulla sinergia strettissima tra Guardia di finanza e le amministrazioni pubbliche mira proprio a riequilibrare questa stortura del sistema determinata da ricchi che si camuffano da poveri per continuare ad accumulare ricchezza". Grazie alle risultanze investigative della Guardia di finanza negli ultimi mesi l'Ater di Padova ha infatti conseguentemente incrementato i canoni di locazione per un importo pari a 80.000 euro. Gli interventi svolti, a riprova dell’efficace impatto operativo del progetto, sono risultati positivi nel 56% dei casi, anche grazie all’atteggiamento collaborativo di numerosi inquilini.

Ma che povero, quel ricco

di Corrado Giustiniani

Alla piaga dell'evasione fiscale, se ne aggiunge un'altra: quella dei ladri di welfare. Un oceano di false autocertificazioni di basso reddito per accedere a prestazioni pubbliche a prezzi agevolati. A danno delle famiglie realmente bisognose. E nella quasi totale assenza di controlli

(05 gennaio 2012)

La mensa di una scuola maternaLa mensa di una scuola maternaSono gocce in un oceano di imbrogli. Lo studente dell'Università di Padova che usava la Porsche per andare in facoltà e godeva di agevolazioni sulle tasse e sulla mensa. L'imprenditore edile beccato a novembre nei pressi di Roma, anche lui in Porsche, modello Cayenne, che risultava nullatenente, aveva occultato un milione e mezzo e iscritto i figli all'asilo nido senza pagare. I 123 falsi poveri scoperti lo scorso novembre nel Lazio, tra Civitavecchia e Nettuno, fruitori indisturbati di esenzione dal ticket sanitario, buoni scuola e borse di studio. E, più in generale, le 4 mila famiglie che falsamente si autocertificavano come indigenti per godere di agevolazioni sociali, scovate e citate dalla Guardia di Finanza nel suo Rapporto 2011 sugli sprechi della spesa pubblica.

Sono i furbetti dell'Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), il meccanismo che consente ai "ladri di welfare" di sguazzarvi dentro, accanto alle famiglie realmente bisognose.
Sembrava una trovata geniale, lo strumento di equità sociale in grado di smascherare le bugie di molte dichiarazioni Irpef. Vuoi godere di prestazioni pubbliche scontate? E allora devi dare notizie sulla consistenza del conto in banca, sull'eventuale pacchetto di titoli, sulle proprietà fondiarie e immobiliari. Firmerai un modello autocertificato. Ma niente paura: quello che scrivi non verrà riscontrato, o quasi. Già, perché la Guardia di Finanza, delegata ai controlli, ne ha effettuati solo 17 mila nel corso dell'intero 2010. Nemmeno tre ogni 1.000 famiglie, visto che quelle interessate alle prestazioni agevolate hanno raggiunto nel 2010 quota 6 milioni e 300 mila, per 18 milioni di persone, e cioè il 30 per cento della popolazione italiana.

Lo scandalo è che l'assenza di controlli è stata contemplata fin dal debutto. "Riccometro, nessun rischio per chi bara", titolava "il Messaggero" del 14 giugno 1999. Quanti evasori fiscali in questi dodici anni si sono appropriati di aiuti che non spettavano loro? Quanti governi si sono alternati senza preoccuparsi di correggere le gravi distorsioni del meccanismo? Se Mario Monti appare deciso a estendere la portata dell'istituto, come recita l'articolo 5 del decreto "salva Italia", facendone il metro per elargire o togliere agli italiani anche tutte le agevolazioni fiscali, allora il provvedimento del presidente del Consiglio che il governo intende emanare entro il 31 maggio dovrà contenere novità sostanziali per l'Isee. 

Bastano pochi dati a dimostrare che il sistema non funziona. Uno è diventato di dominio pubblico pochi giorni fa: l'80,4 per cento delle famiglie che nel 2010 hanno compilato la domanda Isee risulta privo di patrimonio mobiliare, secondo l'annuale Rapporto Isee. Non un conto in banca. Nemmeno l'ombra di un Bot. Strano, visto che stiamo parlando del 30 per cento della popolazione. Al contrario, in base al Supplemento del Bollettino statistico della Banca d'Italia del 2010, ben l'89 per cento dei nuclei familiari sarebbe titolare di almeno un'attività finanziaria. Ma vi sono dati più nascosti a dimostrare che le dichiarazioni sono fasulle: i lavoratori dipendenti sostengono di non avere un conto in misura ancora maggiore rispetto ai lavoratori autonomi (76 per cento contro 72,9).

Elsa Fornero, ministro del Lavoro delle Politiche SocialiElsa Fornero, ministro del Lavoro delle Politiche Sociali
Risultati scarsamente attendibili anche dai valori complessivi, Irpef e patrimoniali insieme: il 10 per cento delle famiglie risulta infatti avere reddito Isee pari a zero. Vero che questo dato si ottiene dopo aver sottratto la franchigia sino a 5 mila 164 euro per l'affitto prevista dal meccanismo, ma è difficile credere che 650 mila nuclei siano costituiti da poveri in canna e magari qualcuno di loro mandi anche i figli all'Università. Inoltre, secondo il Rapporto Isee 2011, la metà dei nuclei che hanno fatto domanda figura con un micro-reddito da 0 a 7.500 euro l'anno, che è la soglia per ottenere il bonus sulla bolletta dell'elettricità per i nuclei che contano fino a quattro componenti.
L'intera regia dell'operazione Isee è affidata all'Inps, che riceve le autocertificazioni. Queste hanno validità annuale e sono in numero superiore (7 milioni e 400 mila) alle famiglie interessate, a causa di ripetizioni e errori di compilazione. I cittadini ricevono l'assistenza di un sindacato o di un patronato, che poi trasmette on line le certificazioni all'Inps. Un business non da poco per i sindacati, stimabile attorno ai 70 milioni di euro l'anno, visto che per ogni certificazione spedita ricevono dall'Inps 10 euro. E, soprattutto, un business che si è più che triplicato in pochi anni, dato che nel 2002 le dichiarazioni erano appena più di 2 milioni
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