Delega fiscale: cara "voce", è il mestiere della politica..
Leggo sulla voce.info l'articolo che segue (lo riporto anche in calce) sulla delega fiscale, considerata come una replica di quella del 2003 e mi viene la conferma che la politica, appellarsi alla politica, maledire la politica, invocare la politica, non risolverà mai i nostri problemi. La risoluzione dipende dalla consapevolezza collettiva diffusa su un certo settore della convivenza sociale, perché la politica dipende dall'opinione pubblica e, se l'opinione pubblica è confusa, lo è anche la politica. Non è colpa della politica se il fisco italiano è "senza testa", cioè senza una classe accademica che sappia sistematizzare gli spunti sul settore di convivenza sociale che le è affidato. La tassazione attraverso le aziende, le sperequazioni tra dove esse arrivano o non arrivano e tutte le altre riflessioni con cui cerchiamo di spiegare - con l'oggettività che caratterizza anche voi economisti - il nostro settore di convivenza sociale, non è stata percepita neppure dall'accademia del diritto tributario. Quest’ultima persiste a seguire affermazioni come "qualcuno ha detto che", oppure si inviluppa in dettagli professionali, commenta materiali, propone patetiche riscritture della legislazione; parla di contribuenti "onesti o disonesti", di aliquote troppo alte (adducendo a questo fattore il motivo dell’evasione), di servizi pubblici inefficienti, di solidarietà, e di tanti altri luoghi comuni esattamente uguali a quelli usati da chi non è addetto ai lavori.
In questo vuoto pneumatico, è normale che la politica faccia quello che può: prende tempo, galleggia, cerca di svoltare la prossima conferenza stampa, e poi chi vivrà vedrà. Chi ha detto che è compito della politica sistematizzare i concetti e organizzare le sensazioni della società civile? Questo compito spetterebbe ai professori, ma visto che non lo portano a termine, nonostante le generose supplenze - come quelle degli economisti e dell'agenzia delle entrate - la conseguenza è che il fisco italiano risulta essere senza testa.
Quindi, la politica si barcamena e rispecchia il disorientamento sociale sulla tassazione attraverso le aziende, ma non è possibile colpevolizzarla al 100%, in quanto l’accademia - che non ha mai preso il controllo del proprio settore - attualmente è senza idee. Questo accade anche perché è composta da avvocati, i quali non sistematizzano un settore della convivenza sociale, ma al massimo sistematizzano un processo (se gli va bene, altrimenti neppure quello). La politica cerca di limitare i danni, ma non si può rimproverare agli uomini di potere una mancata supplenza all'inadeguatezza degli uomini di sapere, vittime, anche loro, di una idea del giurista che "sistematizza" i materiali normativi, non i comportamenti degli uomini nel proprio settore.
Il fallimento del diritto tributario accademico è solo un sintomo di un malessere generale, ma più nascosto, dei giuristi, ormai rimasti uccelli rari rispetto al dilagare degli avvocati. Anche voi economisti, cui faccio tanto di cappello, se aveste fatto meno esercizi socio-matematici e più analisi dei numeri e dei comportamenti avreste dato una mano. Per il resto “it's the politics baby”....non so se ho scritto bene...Con stima. Raffaello.
IL DESOLANTE COPIA-INCOLLA DELLA DELEGA FISCALE
di Maria Cecilia Guerra 06.07.2011
Il Governo ha approvato una bozza di legge delega per la riforma fiscale. Un documento costruito molto in fretta, con pochi ingredienti, dagli esiti distributivi e di gettito assolutamente incerti. Per rimpolparlo si è allora ricorsi al più classico "copia e incolla" dalla legge delega presentata da Tremonti nel 2001, approvata dal Parlamento nel 2003 e poi largamente non esercitata. Come se nulla, nel frattempo, fosse cambiato nel sistema fiscale erariale, regionale e locale. Il tema del fisco è delicato. Di improvvisazione e pressappochismo non c'è proprio bisogno.
Nel Consiglio dei ministri del 30 giugno il Governo ha approvato una bozza di legge delega per la riforma fiscale.
Una bozza costruita in fretta, molto in fretta.
SI TORNA AL 2001
All’idea, non ulteriormente declinata, e quindi non valutabile, di un’Irpef con tre aliquote, 20, 30 e 40, da applicarsi a una base imponibile con meno forme di erosione, ma senza che un solo contribuente ci rimetta, si è aggiunta una timida e prudente ipotesi di innalzamento graduale dell’Iva e una generica formulazione di riforma della tassazione delle attività finanziarie, con cui ci si preoccupa più di definire regimi speciali che di armonizzare il prelievo. Alle imprese si promette una tassazione ispirata al modello noto in letteratura come Ace (Allowance for Corporate Equity), già proposta dalla commissione Biasco nel 2007-8, che costituisce di fatto una riformulazione, più generosa, della Dit eliminata proprio da Giulio Tremonti a partire dal 2001. Perché non ci si accorga di questo ripensamento, l’Ace viene però mascherata e diviene acronimo di “Aiuto alla crescita economica”.
Pochi ingredienti, dagli esiti distributivi e di gettito assolutamente incerti, ancora troppo poco declinati per potere essere chiamati “riforma fiscale”. E allora si è agito con lo strumento classico del copia e incolla (si veda allegato) mettendo in qua e là , a mo’ di riempitivo, tanti pezzi e pezzetti della legge delega di riforma del sistema fiscale presentata da Tremonti nel 2001, approvata dal Parlamento nel 2003 (legge 80), e poi largamente non esercitata. Come se nulla nel frattempo fosse successo al sistema fiscale erariale, regionale e locale. Ricompare l’ipotesi di concordato fiscale, introdotto sperimentalmente, quasi ogni anno, con diversi nomi, nella legislatura 2001-2006, e sempre fallito. Non manca l’usuale e reiterata promessa di eliminare, gradualmente si intende, l’Irap, come se questa eliminazione non fosse già stata ammessa da ben due norme approvate in questa stessa legislatura. Ricompare l’imposta sui servizi, riproposta anche in questa edizione come mera sommatoria di imposte esistenti, di cui non si esplicita né il presupposto né l’articolazione, e in cui viene inglobata anche l’imposta di registro, senza alcuna indicazione di coordinamento con la disciplina della cedolare secca sugli affitti, entrata in vigore quest’anno, che sostituisce, ma solo per opzione del contribuente, oltre all’Irpef anche, appunto, l’imposta di registro.
UNA BOZZA SBADATA, MA ACCORTA
Un copia incolla dell’ultimo momento, in parte molto sbadato, in parte molto accorto.
Alcuni esempi di sbadataggine:
- si continua a prevede che le Regioni siano compensate dall’auspicata eliminazione dell’Irap con “trasferimenti” o con compartecipazioni. E dire che lo sforzo più grosso fatto con i decreti legislativi di attuazione del federalismo ha riguardato proprio la necessità di sostituire i trasferimenti con tributi e compartecipazioni, non essendo i trasferimenti più ammessi dal riformato titolo V della Costituzione;
- si elencano principi direttivi che corrispondono a norme già esistenti, quali: l’inclusione parziale nell’imponibile degli utili percepiti e delle plusvalenze realizzate, fuori dall’esercizio di impresa, su partecipazioni societarie qualificate; la determinazione del reddito di impresa, applicando, in quanto compatibili, le norme contenute nella disciplina dell’imposta sul reddito delle società .
Alcuni esempi di accortezza:
- non si parla più di potenziamento, ma di revisione degli studi di settore;
- fra i principi cui deve attenersi la disciplina fiscale, scompare il riferimento all’uguaglianza;
- scompaiono tutti riferimenti alla progressività dell’imposta e allo statuto dei contribuenti.
A ben vedere neppure l’idea del 20-30-40 è nuova: era una delle quattro ipotesi per l’Irpef formulate nel Libro bianco del 1994, cinque (radicali) riforme fa. Solo che in quel caso venivano almeno indicati anche gli scaglioni e le soglie di esenzione. Una bozza di delega che, nel complesso, rattrista: il tema del fisco è delicato; ciò di cui non si ha proprio bisogno è di improvvisazione e pressappochismo.
- Creato il .
- Visite: 3062