Aziende in fondo perse dietro i fatti loro...in una società che non ne comprende il ruolo

Un filo conduttore di questo sito  è che le imprese non fanno gruppo, come imbambolate pensano ai propri problemi fiscali settoriali, talmente autoreferenziali da essere ormai espressi con una sigla (IAS-IRFS, CFC, TP, DURC, OTC, etc. dove persino quest'ultima sembra un acronimo arcano?), mentre nell'opinione pubblica prevale ancora una idea preistorica di "azienda" , come qualcosa di negativo, non solo "un omone", ma un "omone cattivo" ...una specie di orco delle favole. Quindi nessuna azienda difende l'idea di  azienda, e il ruolo delle aziende nell'organizzazione sociale, ma ognuna va per conto suo, si preoccupa delle proprie questioncine  di bottega fatte  di "io dopotutto vendo merendine"..io piastrelle, io servizi telefonici, io ci ho una grana sindacale, io con l'authority dell'energia, io con la guardia di finanza, ognuna in fondo persa dietro i fatti suoi come diceva vasco rossi..mica ci dobbiamo pensare noi aziende a far capire il ruolo delle aziende, noi vendiamo detersivi, medicine, trasporti, servizi alberghieri, etc. etc. Non si sa chi  ci deve pensare, il governo, i giornalisti, i professori, i preti, i sindacati  o il padreterno per chi  ci crede, o la politica, criticata per tutto e invocata per tutto.

Chi lavora in azienda deve capire che i suoi problemi settoriali, sul fisco e su tutto, dipendono dalla mancata comprensione da parte dell'opinione pubblica del ruolo generale delle aziende come istituzioni. Le aziende, andando in ordine sparso, sembrano tanti  capponi di renzo,  Ma vuoi vedere che neppure chi lavora nelle aziende ha  capito il ruolo delle aziende? Ma certo, come ho fatto a non capirlo, ciascuno di loro è preoccupato dal proprio problemino di dettaglio....una partita di magliette invendute, la ASL che non paga, una concessione che scade,  un decreto ingiuntivo non esecutivo, .....senza capire che queste singole grane dipendono da carenze formative e informative più generali, con  la burocrazia che, riflettendo la pubblica opinione, teme le aziende, o cerca di approfittarsene, perchè non capisce l'organizzazione sociale, e il ruolo delle aziende. Che oggi, dopo la scomparsa delle famiglie e delle comunità patriarcali, sono il nuovo collante sociale che dobbiamo curare. Altrimenti è la disgregazione, perchè non siamo più abituati al duro lavoro e alla miseria dell'economia agricolo-artigianal mercantile, se disgreghiamo le aziende non resta nulla, quando non si può più vivere a debito E' un deficit formativo cui possono rimediare solo le aziende, attraverso le loro associazioni di categoria. Perchè i poteri pubblici rispecchiano la confusione dell'opinione pubblica, e non possiamo aspettarci da loro una funzione pedagogica. Perdersi invece solo sul particolare, sulle "urgenze"  impedisce di risolvere le urgenze,  e le trasforma in un incubo!!!! Perchè si disperde sui sintomi, non sulle cause. Eppure le aziende vanno in ordine sparso e il quotidiano della  confindustria (non liberazione, l'organo di  rifondazione comunista!), di domenica 3 giugno -senza filtro nè commenti- pubblica notizie come questa, senza neppure immaginare che vitaletti sta confrontando le pere con le mele, cioè il carico fiscale delle aziende, che è provvisorio e intermedio, con quello dei lavoratori autonomi , che è finale e definitivo , comprensivo di irpef progressiva e contributi sociali. 

Pressione fiscale. Uno studio dell'economista Vitaletti 
«Sono le Pmi le più tartassate» 
LA CLASSIFICA 
Le società quotate pagano mediamente il 18,8%, mentre i lavoratori il 19,9% e le imprese di medie dimensioni il 34,6% 
ROMA
Il fisco grava meno sulle società quotate che sui loro dipendenti. Ma a essere maggiormente penalizzate sono le imprese di medie dimensioni che restano le più tartassate. 
Lo rivela uno studio di Giuseppe Vitaletti, economista ex consigliere di Tremonti, presentato al convegno su «La fiscalità e la sua riforma: una sfida democratica ed economica», organizzato al circolo di cultura Fratelli Rosselli. Le aziende collocate in Borsa pagano mediamente il 18,8%, rispetto al 19,9% dell'Irpef di un lavoratore medio e al 34,6% delle medie imprese (con una differenza di ben 16 punti sulle quotate) che Vitaletti definisce «la spina dorsale del paese, che esporta e crea lavoro». 
La classifica relativa alla pressione tributaria fa registrare per le imprese a controllo estero un carico del 30,6%, per le imprese medio-grandi del 28,7%, mentre i lavoratori autonomi versano tra Irpef e Irap il 22,3%. 
Lo studio prende in esame anche la dinamica dello scorso decennio, evidenziando che la tassazione si è ridotta per tutte le categorie, tuttavia a fronte di un calo di 0,3 punti per i lavoratori dipendenti, per le medie imprese la riduzione è stata di 10,1 punti, per le imprese a controllo estero di 9,2 e per le società quotate di 12,5 punti. Per Vitaletti la manovra Salva Italia dello scorso dicembre ha favorito le imprese grandi e quotate, producendo sgravi per le aziende pari a circa 30 miliardi di euro a fronte degli aggravi per le famiglie stimati – tra accise, maggiori aliquote Iva e minori agevolazioni – nell'ordine di 40 miliardi. Per l'economista questa operazione incentiva le importazioni ma scoraggia i consumi, già in forte flessione. 
Secondo Vitaletti si sta attuando «la stessa politica delle svalutazioni competitive degli anni Trenta» che «aggravò la crisi e portò al dissesto delle relazioni internazionali». Il «probabile aggravarsi della crisi, a causa soprattutto delle politiche liberiste messe in atto», sempre secondo l'economista, «rischia di tirare troppo la corda sollevando rivolte popolari che necessariamente dovranno trovare risposte politiche, prima ancora che culturali».
R.R.
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