Disorganizzazione giuridica e caste
La richiesta dei tributi è una funzione amministrativa , e come tutte le funzioni amministrative deve essere esercitata da uomini, non da pezzi di carta, fosse pure la gazzetta ufficiale, nella fuorviante metafora del "governo della legge", che invece al massimo può indicare criteri per effettuare scelte di opportunità, perchè le scelte sono sempre e comunque fatte da uomini, e la legge -quando la si considera come un feticcio- crea più complicazioni in termini di rigidità che benefici in termini di certezze. Pian piano quindi, davanti al governo della legge, il buonsenso, che in versione giuridica può chiamarsi "l'opportunità amministrativa" si è come ritirato ed ha reso sempre tutto più confusionario e complicato. Anche cose che all'estero si sistemerebbero con una telefonata da noi diventano un incubo. Anche perchè , di fronte a questa confusione, che è prima di tutto culturale, i potenti e i politici si sono difesi come potevano, cioè utilizzando leggi per scopi specifici, leggi provvedimento, oppure forzando l'interpretazione delle leggi esistenti attraverso una categoria di tecnici "contigui", una specie di segretari di lusso , che automaticamente sono stati risucchiati in un sistema culturale che si era creato indipendentemente da loro. Può anche essere che si sia creata una casta di consiglieri di stato e di magistrati di gabinetto, come episodi recenti hanno rimesso in luce, ma non sono stati loro a creare la confusione, anzi sono stati gli strumenti con cui i politici cercavano di districarsi dalla paralisi giuridica dell'apparato pubblico italiano. Dove il buonsenso tecnico, filtrato nell'opportunità amministrativa, sembra andato smarrito. Allora ci stanno anche articoli come quello di Galli della Loggia, a proposito delle caste degli alti burocrati , che sono però un sintomo di una confusione culturale e di una carenza di retroterra sull'organizzazione sociale, più che una causa. Certo, la casta dei politici ha bisogno della casta dei consiglieri di stato anche per riuscire a togliere un ragno da un buco, ma tutto dipende da una carenza accademica, che si radica nella casta dei professori, nell'intellighenzia, in chi avrebbe dovuto formare mappe cognitive sull'organizzazione sociale, anche da insegnare a scuola, invece di continuare con una educazione tardo umanistica estetico-letteraria, di cui anche questi equivoci sono i frutti
L’OLIGARCHIA DEGLI ALTI BUROCRATI
Una invisibile supercasta
Non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà.
Non si tratta solo dell’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali. A questi si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero.
È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese). Designati dalla politica con un g r a d o a l t i s s i m o d i arbitrarietà, devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità con il loro designatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza — chiamatela come volete — verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire. Ma una volta in carriera, l’oligarchia — come si è visto dalle biografie rese note dai giornali — si svincola dalla diretta protezione politica, si autonomizza e tende a costruire rapidamente un potere personale. Grazie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanziale inamovibilità.
Sempre gli stessi nomi passano vorticosamente da un posto all’altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello successivo, costruendo così reti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità, sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d’interessi. E che attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi.
Se i politici sono la casta, insomma, l’oligarchia burocratico- funzionariale italiana è molto spesso la super casta. La quale prospera obbedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso eccezionale della Banca d’Italia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un ministro), ma facendo soprattutto gli affari propri. Il governo Monti ha un’agenda fittissima, si sa. Ma se tra le tante cose da fare riuscisse anche a scrivere un rigoroso codice etico per la super casta, sono sicuro che qualche decina di milioni di italiani gliene sarebbe grata.
Ernesto Galli Della Loggia
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