Spesa in deficit, tributi e illusione monetaria
Negli ultimi tempi si sta diffondendo la credenza secondo cui la politica monetaria sarebbe in grado di produrre, da sola, redditi, piena occupazione e benessere collettivo.
Secondo i seguaci della nuova teoria monetaria (Modern Monetary Theory), in particolare, uno Stato dotato di sovranità monetaria potrebbe assumere liberamente, sulla sola scorta di valutazioni politiche, ogni decisione di spesa pubblica semplicemente stampando banconote. Non ci sarebbero tetti razionali ai deficit e al debito pubblico, che lo Stato potrebbe finanziare illimitatamente mettendo in circolazione moneta. In questo scenario i tributi non avrebbero più lo scopo di finanziare la spesa pubblica, quanto di tenere la base monetaria sotto controllo, per evitare inflazione, e di creare domanda di moneta, obbligando i produttori ad accettarla come mezzo di pagamento legale e unico strumento per l’assolvimento delle imposte. Dunque, anziché subordinare l’erogazione dei servizi pubblici al reperimento di sufficienti entrate tributarie, la spesa avverrebbe direttamente mediante l’emissione di moneta, e le imposte sarebbero un mero tassello della politica monetaria del Paese.
Queste teorie – che come vedremo alla fine sottendono una strisciante collettivizzazione dei mezzi di produzione - sembrano scontare un difetto di riflessione sulla natura e la funzione dei tributi, che è indefettibilmente collegata alla sostenibilità delle decisioni di spesa. Se da un lato appare assai difficile negare che le imposte abbiano questa funzione, cioè lo scopo di finanziare i carichi pubblici (come sanciscono del resto le Costituzioni di molti Stati), dall’altro le spese pubbliche, in ultima istanza, non possono che essere finanziate attraverso i tributi, cioè con quote della ricchezza prodotta in una certa nazione dai suoi abitanti.
Infatti, se si trascura l’ormai residuale “finanza patrimoniale” (come gli introiti della vendita o concessione di beni demaniali), la quasi totalità della spesa è o dev’essere finanziata con tributi, anche quando uno Stato si finanzia “a debito” oppure stampando moneta.
La spesa pubblica in deficit, effettuata con l’accensione di prestiti, comporterà nei periodi successivi il sostenimento di interessi e la restituzione del capitale, pagamenti che non potranno, prima o poi, che effettuarsi attingendo ai tributi (cioè ad una quota della ricchezza dei cittadini) che saranno incamerati negli anni successivi. La decisione di finanziare la spesa in deficit è dunque destinata a riflettersi sulla riduzione, a parità di altre condizioni, dei servizi erogabili in futuro, posto che una parte delle future risorse del Paese sarà stata ipotecata e dovrà essere destinata al servizio di quel debito (come sta accadendo per lo Stato italiano, oggi costretto ad avanzi di bilancio per far fronte al debito che i disavanzi del passato hanno lasciato in eredità).
Ma la stessa cosa succederebbe anche se lo Stato alimentasse la spesa stampando moneta, che è un altro modo per finanziarsi a debito. Per capirlo basta riflettere sull’altra faccia della spesa pubblica, cioè le entrate tributarie, che rappresentano una frazione del reddito o della ricchezza della nazione. Per non cadere subito in pericolose illusioni finanziarie, si rifletta sul caso dei tributi in natura, forma di tassazione che si realizzava attraverso istituti quali la “decima” (parte del raccolto), la corveè (come quelle militari) o altre prestazioni in natura (ad es. l’obbligo di armare una nave). Tributi del genere, che solo per ragioni di correntezza e specializzazione produttiva sono stati soppiantati da contribuzioni pecuniarie, presuppongono un trasferimento allo Stato di una quota della ricchezza nazionale, e non potrebbero essere pagati se quella ricchezza non esistesse.
Se il raccolto andasse distrutto alcuna “decima” potrebbe essere corrisposta, mentre per armare un esercito di leva occorre sottrarre i cittadini alle loro occupazioni, diminuendo così la capacità produttiva del Paese. Se ai tributi in natura si sostituiscono le contribuzioni in denaro, il discorso non cambia, giacché anch’esse rappresentano una quota dei beni e servizi prodotti nella nazione.
L’idea di poter decidere in totale autonomia, senza vincoli di tipo economico e solo sulla scorta di decisioni politiche, il livello e gli indirizzi della spesa pubblica, è invece il frutto di un’illusione. Se infatti lo Stato, anziché utilizzare il sistema delle corveès o delle prestazioni in natura per allestire un esercito, decide di remunerare un corpo di professionisti (ma lo stesso vale per tutte le altre funzioni pubbliche, e per la remunerazione di poliziotti, magistrati, insegnanti, etc.), distoglierà da altri impieghi una parte della popolazione, restringendo così l'economia privata. Le spese pubbliche, insomma, implicano sempre l’esazione di tributi, e possono essere finanziate soltanto entro i limiti consentiti dalla ricchezza, attuale o prospettica, della nazione. Ogni euro (o lira) spesa in servizi pubblici, implica necessariamente un euro (o lira) di prelievo fiscale.
L’idea di creare produzione, occupazione e ricchezza semplicemente attraverso la spesa pubblica (ad esempio erogando redditi di cittadinanza, o sussidiando milioni di disoccupati per lavori “socialmente utili”, se non per “scavare buche”), non tiene conto che con la cartamoneta stampata per pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici non potranno che essere acquistati quei beni e servizi effettivamente prodotti e messi sul mercato. Esaurite le capacità produttive della nazione, si produrrebbe solo inflazione, e anche un elevato ammontare di spese pubbliche non avrebbe certo l’effetto di aumentarne l’ammontare. Le citate teorie monetarie trascurano che la spesa pubblica, oltre certi limiti e se non correttamente allocata, anziché fungere da stimolo per sfruttare appieno le capacità produttive esistenti, finisce per ridurle. Ritenere infatti che, attraverso il canale della spesa e la stampa di moneta sia possibile innescare la produzione, il consumo e quindi la ricchezza disponibile, non tiene conto dei vincoli allocativi insiti nelle decisioni di spesa, e che oltre un certo livello la stessa determinerà fatalmente inefficienza e cadute produttive.
Certo, non vi è dubbio che la spesa pubblica può a certe condizioni avere l’effetto di incrementare l’output produttivo della nazione: ospedali efficienti e un’ottima istruzione scolastica, ad esempio, aumentano la salute e le abilità degli individui, dunque anche la loro produttività. Allo stesso modo opere infrastrutturali possono agevolare e velocizzare le comunicazioni, gli spostamenti delle merci e delle persone, dunque aumentare la base produttiva. Esiste, tuttavia, un trade-off tra l’entità della spesa e la sua capacità di espandere l’economia privata. Se anziché avere un ospedale ogni mille abitanti o un insegnante ogni dieci alunni, si sceglie di avere un ospedale ogni cento abitanti ed un insegnante personale per ogni alunno, si avrà una popolazione in eccellente salute e grandemente acculturata, ma si sarà determinato un impoverimento del tessuto produttivo alla lunga insostenibile, poiché un abnorme numero di persone assunte come insegnanti ed operatori sanitari sarà stato sottratto ad altre occupazioni alternative in grado di produrre altri beni e servizi indispensabili per la collettività.
L’idea che la spesa pubblica sia una variabile indipendente, finanziabile illimitatamente semplicemente emettendo cartamoneta, è fallace perché non tiene conto che la stessa implica una allocazione delle risorse disponibili che, oltrepassato un certo limite, diventerà fatalmente inefficiente. Se è vero infatti che, come aveva compreso De Viti de Marco, lo Stato può essere visto come un fattore della produzione (o partner in production, secondo i coevi economisti anglosassoni), in grado di erogare servizi che incrementano l’output produttivo e il reddito dei privati, e che dovranno essere da essi “remunerati” attraverso imposte parametrate a quel reddito, oltre un certo limite la spesa diventa controproducente, riducendo la ricchezza e le potenzialità economiche della nazione. Insomma, così come una spesa pubblica inadeguata per difetto (si pensi ad uno Stato che non appresti servizi essenziali per il funzionamento dell’organizzazione pubblica), anche una spesa pubblica eccessiva e/o squilibrata risulterà nociva e alla lunga insostenibile per lo sviluppo o la stessa sopravvivenza dell’economia privata.
Il fatto è che la spesa pubblica non può che rivolgersi a un numero limitato di settori presidiati dallo Stato, in cui lo stesso svolge le sue funzioni erogando servizi ai cittadini (l’ordine pubblico, la giustizia, l’istruzione, la sanità, e così via): dunque, oltre un certo limite, concentrare e destinare risorse in tali settori risulterà fatalmente in inefficienza e caduta di capacità produttiva. Per assumere decisioni di spesa senza limiti e al tempo stesso generare un’ottimale allocazione delle risorse, è necessario che lo Stato intermedi l’intera produzione nazionale, ed intervenga in ogni ganglo dell’economia e della società, regolando tutti gli aspetti della vita e degli affari dei cittadini. In un’economia totalmente collettivizzata, in cui lo Stato decide non solo quanti ospedali, scuole o caserme tenere aperti, ma anche, paternalisticamente, quanti e quali elettrodomestici, autovetture, detersivi, e quant’altri beni e servizi fornire, la spesa pubblica potrebbe teoricamente essere allocata secondo parametri di efficienza, beninteso qualora si ritenga (e le esperienze storiche sembrano dimostrare il contrario) che lo Stato sia in grado di farlo meglio di quanto possa fare il mercato e l’autonomia privata. Solo in uno Stato di questo tipo la politica fiscale potrebbe essere assorbita da quella monetaria, e del resto, secondo una certa concezione, proprio nei regimi comunisti i tributi scomparirebbero, posta l’assurdità di una erogazione governativa di redditi seguita dalla richiesta di imposte (cfr. Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy, cap. 17, parte III).
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