Sembra facile “pagare meno pagare tutti”
“PAGARE MENO PAGARE TUTTI” è una formula è corretta e condivisibile, ci mancherebbe altro. Andrebbe benissimo per dividersi il conto del ristorante (a questo fatevi due risate coi “criteri di riparto” nella scenetta finale del video http://www.youtube.com/watch?v=o7t9F9jUHS) . Pagare meno pagare tutti entra però in crisi davanti alla diversa determinabilità della ricchezza, perchè è più facile riscuotere le imposte sulla ricchezza visibile, anziché su quella sfuggente. Anche il concetto di uguaglianza entra in crisi perchè quale dovrebbe essere la pietra di paragone dell’uguaglianza di fronte ad asimmetrie informative sull’ammontare della ricchezza? A proposito, iniziamo a dire ricchezza, che si fa prima e ci capiscono, anzichè “capacità contributiva”, che poi deve essere tradotto in “ricchezza” e ci fa solo fare un passaggio in più??.
La determinazione della ricchezza ai fini tributari, gestendo informazioni diverse, era alla portata del sapere umanistico sociale diffuso, fino ad alcuni decenni or sono. Poi, con la tassazione attraverso le aziende, tutto si è complicato, perché sarebbe stato necessario mettere insieme elementi di economia, di politica, di amministrazione aziendale, di diritto amministrativo e di diritto privato. Un cocktail complicatissimo per un sapere umanistico sociale sempre più settorializzato. L’accademia del diritto tributario ha fallito, e nessun altro poteva riuscire a combinare brandelli di culture diverse in un sistema organico. Le istituzioni politiche, amministrative, giurisdizionali e mediatiche, nonché l’opinione pubblica, sono costrette a navigare a vista, proprio per il fallimento della categoria di chi era “pagato per pensare” (ma questa è un’altra storia che richiede un post ad hoc http://www.fondazionestuditributari.com/index.php?option=com_content&view=article&id=245:le-ragioni-del-fallimento-un-gigantesco-intreccio-di-equivoci&catid=25:teoria-della-tassazione&Itemid=69.)
Davanti alle schizofrenie sociali derivanti dalla diversa determinabilità della ricchezza, si è arenato anche il vecchio “pagare meno pagare tutti”. Cui si risponde “si va bene , ma su che cosa?”… Riaffiorano persino le vecchie controindicazioni di questa formula in termini di “bilancio del consenso”, perché forse il malcontento sociale globale aumenterebbe se invece di chiedere tanto a pochi, si chiedesse poco a tutti. Insomma, chiedere tanto a pochi, che contano relativamente meno, provoca forse minori deficit di consenso rispetto al “pagare meno pagare tutti”. L’esistenza di una ricchezza sconosciuta non può esonerare quella conosciuta, ma crea le tensioni sociali in cui ci stiamo dibattendo. Senza una adeguata omogeneità nella individuazione e nella determinazione, prima che nella tassazione, delle varie forme di ricchezza, non ci può essere una vera democrazia fiscale. Non ci può essere una democrazia fiscale su ricchezze che non si conoscono, e per conoscere adeguatamente la ricchezza ai fini tributari serve oggi una sensibilità della tassazione attraverso le aziende. Altrimenti saranno irresistibili le comprensibilissime spinte a “tassare quelli che non votano”… e cioè proprio le aziende… la “personalità del tributo” richiede una determinazione accurata della ricchezza … man mano che si perdono le conoscenze siamo costretti ad andare “dalle persone alle cose”. Che non vuol dire “tassare i consumi”, ma tassare la ricchezza in modo meno aggregato, più isolato: dove la vedo la tasso. Ci si allontana dalla imposta complessiva sul reddito, non per ragioni ideologiche, ma per ragioni pratiche. Anche per questo, sapere è potere, e se il potere non sa, non ci può aiutare, con tanti saluti agli appelli all’intervento miracolistico del legislatore. Come se lui conoscesse dove si trova la ricchezza nascosta e riuscisse a calcolarla. Insomma, occorre una teoria della determinazione della ricchezza ai fini tributari, e chi scrive ci sta lavorando. Se volete vedere come va avanti il mio work in progress, destinato a un manuale per Ipsoa, www.raffaellolupi.com
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