riforma fiscale, ricchezza e teorie: dalle persone alle cose
Di fronte ai malesseri sociali, come quello oggi esistente per la tassazione, i politici fanno quello che possono. Cioè annunciano riforme. Se però non si capisce quanto ci sta accadendo intorno, quali sono i punti di forza e di debolezza della tassazione "attraverso le aziende" non è possibile uscire dal malessere, nè una vera riforma. Nulla si può riformare senza un grado sufficiente di comprensione, e quindi senza una cerniera tra potere e sapere. Se il "sapere" non funziona i politici, i giornalisti, i professionisti, i funzionari, e i giudici, le associazioni professionali, gli economisti, gli editori i sindacalisti, gireranno sempre a vuoto. Così come tutti quelli che, di fronte alla carenza di proposte e modelli dell'accademia tributaria, si improvvisano medici al capezzale del fisco. Senza una osmosi tra potere,, società e sapere, le considerazioni allegate, di onesti economisti che non sanno assolutamente nulla della tassazione aziendale, delle differenti possibilità di determinazione della capacità economica, sono destinate a restare lettera morta. Pagare meno pagare tutti, certo, ma come?. Si può portare la tassazione aziendale dove mancano le aziende o dove sono inaffidabili? In che cosa fare affidamento sulle aziende, ed in cosa diffidare di esse, e controllarle? Sono tutte analisi di una breve stagione di tassazione aziendale, che rischia di passare dalla culla alla crisi nel volgere di una generazione. E il legislatore è impotente: se non ha una teoria che lo guidi, può al massimo fare consenso, e lo confermano le reazioni dell'opposizione alle proposte di riforma, tutte incentrate, per cercare di fare consenso, su un "non problema" come quello degli studi di settore, di cui si chiede l'abrogazione proprio da parte dell'allievo di colui che li aveva elaborati.
Tuttavia questa attenzione verso la riforma fiscale può quindi essere un punto di partenza per far riflettere la classe dirigente sui nodi della tassazione aziendale, a cominciare dalla determinazione della ricchezza attraverso le aziende, e dalla necessità di tenere conto della diversa determinabilità della ricchezza. La proposta delle due aliquote è un buon punto di partenza per superare l'appiattimento in uno schema omogeneo (tassazione personale) , di ricchezze diversissime da individuare e determinare, a favore di tributi, magari diversi, ma in grado di valorizzare le informazioni note di ogni tipologia di ricchezza.
Il circuito delle segnalazioni aziendalistiche, da cui oggi arriva la maggior parte del gettito, va rafforzato , magari facendo segnlare le piccole imprese (in realtà economicamente lavoro autonomo) dai loro clienti aziende. Per la ricchezza che non transita dal circuito aziendale, occorre utilizzare l'apparato amministrativo in funzione di acquisizione di gettito: andiamo a chiedere le imposte a chi non le paga certo perchè si scrive qualcosa sulla gazzetta ufficiale!. Penso alle locazioni tra privati e al lavoro autonomo al dettaglio (anche se fiscalmente è formalmente impresa!) , da assoggettare entrambe a una imposta sostitutiva , di facile accertamento , senza cumuli in Irpef, e magari gestita dai comuni, che conoscono meglio il territorio. Le rendite finanziarie possono essere anche assoggettate a una aliquota maggiore, ma sterilizzando forfettariamente l'impatto dell'inflazione. Basta un software delle banche , che indicizzi l'importo investito a un tasso annuo di inflazione. Ma perchè chi compra oggi telecom a 1 euro e rivende dopo un giorno a 1,20 deve pagare solo il 12,50 per una plusvalenza maturata in un giorno?.
Questi annunci di riforma sono importanti per parlare di temi strutturali di determinazione della ricchezza, e di giustizia fiscale possibile in concreto. La "tassazione personale" sarebbe bella, ed è stata un'illusione del periodo in cui si pensava che le diversità di condizione sociale fossero spiegate da un elemento facile da individuare, come "lo stipendio", e che il resto fosse un problema di polizia contro devianti impenitenti (gli evasori con la coda, vagamente odorosi di zolfo..). Gli scricchiolii di queste illusioni ci ricordano che, prima della tassazione personale, occorre rimettere sotto controllo la tassazione reale. La tassazione personale ha sempre meno senso quanto minore è la ricchezza individuata attraverso il circuito aziendale, al cui interno la redistribuzione è sempre più asfittica, tra "poveri" e "meno poveri"; nel circuito aziendale i ricchi sono pochi: alti dirigenti, consulenti, fiscalisti, calciatori, attori, ma per il resto la ricchezza vera è fuori dal circuito aziendale, perchè è "sopra le aziende" (imprenditori), o fuori dalle aziende, come nel caso di grandi titolari di immobili o ricchezza finanziaria, o indipendente dalle aziende come nel caso del lavoro autonomo. In quest'ottica la formula "dalle persone alle cose" riporta al centro la ricchezza, ed è un'altra conferma che non esistono "gli evasori", ma esiste l'evasione, perchè una stessa persona paga dove viene tassato alla fonte, magari dove sa di essere individuabile, e non paga dove sa di essere al sicuro. Passare "dalle persone alle cose" richiama la centralità della ricchezza, e rende più facile una tassazione adeguata alle informazioni disponibili sui vari tipi di reddito. Se invece si deve mettere tutto nel calderone dell'irpef è più difficile persino fare i controlli. Se trovi un appartamento affittato in nero devi rideterminare tutta l'irpef, compresi i figli a carico. Con una tassazione sostitutiva "sulle cose" paghi su quello e basta. Lo stesso per i ricavi del negozietto, una volta tirato fuori dall'IVA. Forse, andare "dalle persone alle cose", consente anche di andare "dal complesso al semplice", e magari anche "dal centro alla periferia" , visto che imposte semplici possono essere applicate anche dai vigili urbani. Perchè dopotutto "le imposte le paghi quando qualcuno te le chiede".
Il senso della formula, invece, non è quello del passaggio dalle imposte dirette alle indirette, perchè se la si intende così , giustamente come rileva questo paper di Arachi e D'antoni, non cambia assolutamente nulla: il circuito aziendale, gli indizi a disposizione del fisco sono sempre gli stessi, e nell'insieme, a parte alcune raffinatezze, se si evade l'IVA si evadono le imposte sui redditi.
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