Pubblicistica accademico tributaria socialmente pericolosa?

L'editore Giuffrè continua a mandarmi la Rivista di diritto tributario, nonostante io mi sia cancellato dalla rivista, come avevo già fatto con rassegna tributaria. Tutti periodici socialmente pericolosi, non certo proponendo valori “negativi”, come la violenza, l’odio, etc.. Si può però essere socialmente dannosi anche senza far niente, e particolarmente senza svolgere il compito affidatoci dal gruppo sociale in cui ci troviamo.  La tassazione attraverso le aziende  sfuggiva alle categorie generali dei cultori della convivenza sociale, giuridici o economici che fossero, e l'opinione pubblica aveva bisogno di un coordinamento. Non di scoprire cose misteriose, ma di coordinare aspetti di  economia, gestione aziendale, diritto dei poteri pubblici e dei privati, come rilevo da qualche tempo sui miei vari scritti. L'accademia aveva questo compito, e lo ha fallito, invece di coordinare i molteplici aspetti della tassazione attraverso le aziende, ha complicato intuizioni elementari in tema di tributi; così che i lettori ci trovano quello che sapevano già, senza però riconoscerlo, tanto è rivestito di paludamenti scolastici e sussiegosi di riferimenti e citazioni, di “materiali” legislativi, dottrinali, giurisprudenziali, intervallati con frasi ammiccanti, come se l'autore vi avesse trovato chissà quali verità esoteriche, cui ammicca senza spiegarle. Senza capire che dietro ai materiali, in genere, non c'è nessuna manifestazione di superiore razionalità, ma solo un problema di consenso, di coesione sociale, per la legislazione, di chiudere un processo per una sentenza, di svoltare un concorso per una "autorevole dottrina". Non ci sono  valenze esoteriche nelle parole degli uomini, e non le si possono certo inventare con uno stile da incubo; che maschera quei pochi spunti che dovessero esserci davvero, invisibili al lettore, disamorato dopo aver scorso poche righe, oppure vittima dei  fraintendimenti di una prosa barocca.

In un altro post abbiamo approfondito le ragioni di queste disfunzioni, di questo smarrimento, ormai compiuto,  dell’entusiasmo iniziale dell’accademia; aggiungerei che una materia “giovane” muore prima di invecchiare se perde la capacità di riflettere, di selezionare e di comunicare. Una capacità che nella pubblicistica in esame, nella cosiddetta "comunità scientifica" si conferma svanita.  Perchè si è persa la creatvività, la capacità di riflettere, e si è schiavi dei "materiali", del "qualcuno ha detto che", dei propri dettagli contingenti. Ecco la pericolosità sociale di questo stile, che trasformando la riflessione in una farsa scredita l’idea stessa di riflessione, l'idea stessa di ricerca in materia sociale, l'idea stessa di teoria; uno stile che a sua volta cannibalizza, risucchia e trasfigura, studiosi all'inizio normali, trasformandoli, quando va bene, in scaltri professionisti, che appesantiscono il biglietto da visita con la cattedra; negli altri casi, secondo infinite sfumature, si tratta di povere vittime, che girano a vuoto, tra infinite frustrazioni, senza sapere in cosa sfogare la loro legittima tendenza alla scientificità.

Gli altri cultori della materia, per motivi d’ufficio, politici o professionali, o anche di studio, come gli economisti, non hanno alcun motivo di cimentarsi dove l’accademia ha fallito, nel costruire una “comunità scientifica”.  Ognuno legittimamente utilizza i canali di comunicazione che gli capitano, dalle riviste, ai quotidiani, alle TV, ai blog, in base alle proprie relazioni  e alle proprie capacità di comunicare. Ognuno si sente legittimato , visto il parametro di riferimento degli "studiosi", a dire un pò quello che gli pare. Ed ognuno inevitabilmente va per conto proprio, perché la comunità scientifica manca, o è solo uno strumento per spartire  concorsi universitari, senza nulla da dire all’opinione pubblica.

 Rimasta sola, senza indicazioni, la società adotta le spiegazioni che trova,  rudimentali, e si lacera in battibecchi pro o contro le tasse, su onesti e disonesti, su stato e mercato, su egoismo e altruismo, su proprietà e solidarietà. Senza un  punto di riferimento  la società è sempre più in preda alla schizofrenia e con essa la coesione sociale del nostro paese. E' una degenerazione del sapere dannosa alla convivenza sociale, cui può dare solo un contributo:scomparire. 

Tutte le riflessioni sulla convivenza sociale cercano di darsi importanza, assumono  un pò di sussiego, ma se non c'è altro resta solo prosopopea.  

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