Politica e diritto dei tributi, una terra di nessuno
La maggior parte delle recenti analisi economico-sociali sulla disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze e dei redditi e nell’accesso a beni fondamentali quali la salute o l’istruzione si chiudono invocando una redistribuzione da attuarsi mediante lo strumento tributario, spostando il peso della tassazione sui soggetti più affluenti, facendo pagare di più i profitti societari, colpendo le rendite non guadagnate, e così via. Fin qui nulla di nuovo, teorie di questo genere risalgono almeno alla seconda metà del diciannovesimo secolo, e ricordano le teorie politico-sociali dell’imposta dei “socialisti della cattedra”, come Adolf Wagner.
Le analisi degli economisti, oggi, non sembrano però sempre consapevoli delle implicazioni e dei vincoli (non solo legali, anche di equità ed efficienza) che anche la riprogettazione dei sistemi tributari comporta.
Prendiamo le posizioni di Joseph Stiglitz, che si occupa del tema nel libro The Price of Inequality, e nell’articolo recentemente pubblicato su Washington Monthly, “Conclusion: Slow Growth and Inequality are Political Choices. We Can Choose Otherwise” (http://www.washingtonmonthly.com/magazine/novemberdecember_2014/features/conclusion_slow_growth_and_ine052716.php).
Dopo aver esaminato i principali fattori di disuguaglianza nell’accesso a fondamentali risorse e “beni pubblici” all’interno della popolazione americana, e correttamente suggerito di affrontarli con una diversa allocazione della spesa pubblica, con programmi sanitari, educativi, e interventi infrastrutturali e tecnologici ad accesso universale, Stiglitz affronta il tema dei correttivi dal lato delle entrate, nell’ottica di una diversa distribuzione del peso dei tributi. E così, il Premio Nobel osserva che se i redditi di capitale fossero tassati come i redditi di lavoro, e se i ricchi non avessero un tax rate dimezzato rispetto a quello degli individui con redditi meno elevati, si potrebbero aumentare di molto le entrate fiscali. Suggestione che non considera tuttavia le ragioni sottostanti alla tassazione proporzionale dei redditi derivanti dall’impiego fruttifero di un capitale (tra l’altro, la tassazione al lordo dell’inflazione), e il fatto che i soggetti “più ricchi” traggono la maggior parte dei propri redditi da dividendi e capital gains, le cui aliquote non possono essere considerate isolatamente, senza considerare che si tratta di redditi che hanno già scontato un primo livello di imposizione (l’imposta sugli utili societari).
Stiglitz osserva poi che l’unico vantaggio di avere una elevata concentrazione di redditi in una piccola percentuale della popolazione è riuscire a prelevare una grande quantità di risorse semplicemente alzando le aliquote sui possessori di redditi molto elevati, operazione secondo l’illustre economista indolore e priva di effetti avversi dato che si tratta di redditi derivanti da “rendite di posizione” (rent seeking). La convinzione che i redditi elevati siano per definizione immeritati e frutto non già di merito, talento, impegno, assunzione di rischio, bensì – sempre e comunque - di rendita improduttiva, sembra tuttavia indimostrata ed indimostrabile. La correlazione tra l’entità dei redditi guadagnati e il loro essere frutto di “rent seeking” è a mio avviso una cieca petizione di principio, che rimuove il problema del disincentivo alla produzione – l’effetto sostituzione – che una elevata se non quasi-confiscatoria tassazione rischia di generare proprio in relazione alle attività a più alto valore aggiunto per la società. Senza poi contare che potrebbe essere facilmente obiettato – su quello stesso terreno - che anche tra i guadagni di milioni di dipendenti pubblici a basso reddito si nascondono con grande frequenza veri e propri sussidi mascherati, a fronte di uno scarso se non nullo impegno lavorativo e di un tasso di produttività largamente insoddisfacente, e che seguendo il ragionamento di Stiglitz anche questi redditi andrebbero allora iper-tassati.
Stiglitz passa poi a lamentarsi del fatto che le corporations americane, nonostante un tax rate nominale tra i più elevati al mondo (35 per cento), pagherebbero imposte in misura molto inferiore, grazie a meccanismi elusivi e a delocalizzazioni di vario genere. Ed allora l’economista, dopo aver stigmatizzato lo scarso patriottismo fiscale di corporations che pure si avvalgono del supporto governativo in tema di innovazione tecnologica, università di livello elevato, protezione commerciale, se la prende con Paesi come l’Irlanda, definito senza mezzi termini un “paradiso fiscale” che adotta basse aliquote di tassazione per attirare investimenti esteri, salvo poi proporre – come subito vedremo - una ricetta del tutto simile per gli Stati Uniti.
Nell’articolo su citato, l’economista americano propone di tassare le società non già dove le stesse hanno fissato la sede legale, bensì dove queste producono ed esercitano la loro attività: peccato però che sia già così, che la residenza fiscale dipenda da elementi sostanziali quali la sede di direzione effettiva e l’oggetto principale dell’attività, e che un radicamento produttivo in uno Stato diverso da quello in cui è fissata la sede faccia nascere nell’altro Stato il diritto a prelevare imposte sui redditi del permanent establishment. Al tempo stesso, le regole sul transfer pricing universamente applicate impediscono di canalizzare redditi verso soggetti localizzati in altri Stati, ove in tali Stati non vengano svolte effettive funzioni aziendali.
Dunque, se da un lato le cose – anche se Stiglitz non se ne avvede - già stanno in questi termini, dall’altro la sua proposta di tassare le attività condotte negli Stati Uniti attraverso una formula basata sulle vendite, la produzione e le attività di ricerca condotte nel territorio americano, si pone in aperto contrasto con le consolidate regole di tassazione dei redditi di impresa, verso una proposta di tassazione del “valore aggiunto” che ricorda quella di Studenski e anche il caso italiano dell’Irap. La ciliegina sulla torta è poi l’idea di abbassare il livello di tassazione per le imprese che investono negli Stati Uniti rispetto a quelle che non lo fanno, introducendo così un incentivo fiscale per gli investitori che era invece stato criticato se adottato da altri Paesi (come l’Irlanda).
Non potevano infine mancare le proposte – che anche da noi fanno molti proseliti - di tassare le varie forme di inquinamento, le transazioni finanziarie, il settore bancario e finanziario, le attività petrolifere ed estrattive, senza rendersi conto che tali proposte da un lato incontrano il limite dell’ability to pay, cioè il fatto che le imposte devono insistere su indici di ricchezza, e dall’altro che introdurre tassazioni differenziate a seconda dei settori produttivi rischia seriamente di infrangere il principio di uguaglianza tributaria.
La politica tributaria e l’analisi economico-giuridica dei tributi è veramente diventata, dal punto di vista della ricerca scientifica, da materia di confine a terra di nessuno: tutti ne parlano, ma senza una vera cognizione di causa. E se gli economisti, pur parlandone, hanno da tempo smesso quasi del tutto di occuparsi in modo professionale dei problemi della tassazione, i giuristi semplicemente si astengono, preferendo dedicarsi all’esegesi della gazzetta ufficiale. Appunto, una terra di nessuno.
- Creato il .
- Visite: 3488