Ma davvero la Cassazione è sempre “pro fisco”?
di Raffaello Lupi
La sentenza sui compensi agli amministratori è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso , rovesciando sulla sezione tributaria della Cassazione una serie di critiche, anche di essere sistematicamente “pro fisco”, ma la realtà è più complessa, come rilevavamo su Dialoghi a proposito del ruolo del giudice e del processo nel diritto tributario. Dove l’istituzione pubblica di riferimento è prima di tutto l’autorità amministrativa (Agenzia entrate) contro la quale il contribuente si rivolge al giudice, mentre la cassazione, come felicemente dice Siciliotti è “il giudice del giudice”. Che dovrebbe essere investito quando c’è un errore dell’Agenzia e poi un errore del giudice.
La concezione accademico-avvocatesca del diritto tributario, che lo concepisce come “due parti che litigano col giudice che decide a chi dare ragione” sconvolge questo schema, e scatena sulla Cassazione una massa enorme di liti ad oggetto economico che essa non è programmata per gestire.
E non ha bisogno di scusarsi facendo appello ai mutamenti di legislazione e ai criteri di reclutamento dei magistrati della alla sezione tributaria. Perchè la legislazione cambia in tutte le materie, e la cultura dei magistrati purtroppo non contiene alcuna preparazione alla determinazione della ricchezza attraverso le aziende ai fini tributari.
L’unico rimedio, come rilevavamo su Dialoghi è “processare meno, processare meglio”, impedendo che le questioni arrivino alla Cassazione, riconoscendo e valorizzando le matrici economiche, aziendalistiche e amministrativistiche del diritto tributario. Perchè paradossalmente poi, nonostante le simpatiche affermazioni di Mario Cicala, secondo cui il giudice è un artigiano che costruisce la sentenza secondo il suo gusto, che è anche quello di un contribuente che non può evadere, la chiave di lettura delle sentenze è quella della complessità delle questioni.
Sulle questioni semplici, di studi di settore o di Irap, la Cassazione è molto equilibrata, perchè si vede che le questioni sono alla portata della sua sensibilità giuridico economica per così dire “generalista”. Quando invece si tratta di simmetrie fiscali, incroci tra tassazioni deduzioni, pro rata e altre complesse fiscalità d’impresa, si sente che la Cassazione fa fatica, e quindi si comporta come qualsiasi giudice chiamato a controllare se una istituzione dello stato ha sbagliato o no. Se non può dire che ha sbagliato, perchè non padroneggia le questioni sottostanti, è del tutto logico che ne avalli il comportamento.
Tutto qui, la partigianeria “pro fisco” è un riflesso molto debole, visto che il fisco è una “parte pubblica”, di cui - dovendo mettere una parola contro l’altra - ci si tende a fidare di più.
Tutto comprensibile, anche se un pò desolante, ma non per colpa della cassazione
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