Reati tributari e abuso: utilità di una riforma sfilacciata
La certezza del diritto non sta nella legislazione, ma nella classe dirigente e nelle istituzioni, e per questo concordo con questo precedente post di Dario Stevanato sulla positività complessiva della riforma dell'abuso del diritto e dei reati tributari. La mia adesione sussiste, paradossalmente, benchè in se stessa la norma sia prima di tutto inutile e in secondo luogo redatta in modo dispersivo, estemporaneo e pasticciato, come conferma la già commentata figuraccia della franchigia. Era un aspetto che faceva notizia perchè si prestava al salvataggio di Berlusconi, ma di contraddizioni, precisazioni superflue, incoerenze ce ne sono tante altre, ma non importa. Non importa perchè il diritto non è fatto di leggi, ma di istituzioni, e la certezza del diritto sta nella prevedibilità del comportamento delle istituzioni, che a loro volta fanno cortocircuito con la maturità della pubblica opinione sui singoli temi, nel nostro caso l'evasione fiscale. Ebbene la delega sull'abuso del diritto e i reati tributari, benchè pasticciata tecnicamente, si radica in una accresciuta consapevolezza sociale della differenza tra chi occulta ricchezza, nascondendo gli incassi o alterando i documenti, e chi non nasconde nulla, pur inquadrando i propri comportamenti , o addirittura scegliendo i propri comportamenti, in base alla convenienza tributaria. Questi ultimi non nascondono nulla ma utilizzano le regole che il sistema offre, giocando a carte scoperte, come Google, Apple etc., che si sono difese a testa alta al congresso degli stati uniti, dove nessuno si è sognato di incriminarle per frode fiscale. Solo in un paese disorientato come l'Italia chi applica le regole nel modo fiscalmente più conveniente può essere tacciato di sanzioni penali ed anche prima della riforma si poteva escludere che l'elusione desse luogo a reati tributari per assenza di dolo, come del resto era assicurato dalle norme in vigore fino al 2000 , che non punivano le questioni di diritto, di interpretazione delle regole, sia pure per smaccata convenienza fiscale. Ci si arrivava lo stesso, ma è bene che si sia detto per legge, in quanto la legge recepisce un clima sociale di consapevoelzza che non sempre alla maggiore imposta accertata corrisponde ricchezza non registrata, e dove tutto è stato palesato, anche se inquadrato giuridicamente secondo convenienza fiscale, la sanzione penale era assurda, e da escludere anche nel regime precedente. Se qualcuno, come visco e il fatto quotidiano, sembra ignorare questi profili, non è per malafede, ma solo per un difetto di comunicazione di chi ha "normato" la suddetta consapevoelzza della pubblica opinione. C'è stata infatti una incapacità di comunciazione istituzionale del senso di questa iniziativa, che in buona parte chi riflette sul tema ha capito da solo e molti hanno capito grazie alle iniziative editoriali della fondazione studi tributari, nell'interesse collettivo a superare le drammatizzazioni fiscali che lacerano il paese. Il governo però aveva ben altra potenza di fuoco mediatica rispetto a chi scrive e non ha saputo usarla per "vendere" le motivazioni di una iniziativa giusta , per spiegare , convincere e comunque confrontarsi e dialogare con chi, in buona fede, non aveva ancora colto la prospettiva (come Vincenzo Visco che in buona fede confonde la ricchezza nascosta dal padrone, con la ricerca dell'inquadramento giuridico più conveniente per l'azienda della ricchezza dichiarata). Poteva essere una occasione per ritrovare compattezza sociale su un tema su cui l'opinione pubblica inutilmente si lacera da decenni, avvantaggiando solo chi nasconde ricchezza al fisco, mentre i controlli si sprecano sul regime fiscale di ricchezza dichiarata o palese. Poteva essere l'occasione per precisare che l'elusione è un comprotamento tipicamente aziendale, dove nessuno si mette in tasca soldi e che non è stato neppure considerato nella stima delle imposte evase. Poteva essere l'occasione che la ricchezza nascosta al fisco serve ai bisogni personali degli imprenditori, non delle aziende, che di per sè non mangiano, non si sposano e non hanno figli, in quanto sono metafore, organizzazioni pluripersonali, esattamente come la guardia di finanza o la magistratura. Poteva essere una occasione per smentire l'assurda concezione antropomorfica dell'azienda come "grande pasticcere" analogo all'imprenditore, come una specie di omone che si mette i soldi in tasca. In questo senso per il sole 24 ore è stata l'ennesima occasione persa per far passare nella pubblica opinione la tassazione attraverso le aziende, come esattori del fisco (il giornale di confindustria ha invece preferito il consueto sensazionalismo sui dettagli professionali, rinunciando a fare opinione per vendere qualche copia in più ai professionisti). La pubblica opinione non è ancora del tutto convinta della differenza tra la necessità di punire anche penalmente chi nasconde materia imponibile, e l'assurdità di punire (sia penalmente sia amministrativamente) chi inquadra giuridicamente secondo convenienza eventi comunque registrati o palesi. Non ci sono precise tesi contrarie, ma solo gente disorientata e confusa, preda dei luoghi comuni, e che bisogna far riflettere. Il decreto può essere l'occasione per riflettere e far riflettere in modo socialmente condiviso. Nonostante sia dispersivo e sfilacciato il decreto è un argomento spendibile per far ragionare chi ancora non ha riflettuto. Anche un decreto sfilacciato può essere un argomento per la sdrammatizzazione sociale dell'evasione, e quindi per ridurla (visto che nessun paese riesce a eliminarla) con un intervento sereno degli uffici dove le aziende non arrivano. Se proprio dobbiamo trovare negli "evasori" il capro espiatorio di cui il paese ha bisogno, se ne ha bisogno, almeno scegliamo quelli che nascondono ricchezza, non quelli che se la qualificano giuridicamente nel modo più conveniente, in base alle leggi dello stato. Le aziende se ne fregano del tax rate, tanto nessuno si toglie il pane dalla bocca per pagare le imposte, ma senza serenità di rapporti con le istituzioni si diffonde al loro interno, non scritto, il proposito di stare in Italia il meno possibile. Al limite solo per le vacanze dei manager. Così poi a creare i posti di lavoro ci penseranno burocrati , sindacalisti e giornalisti giustizialisti.
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